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ITALCON 2011: noi ci saremo!

ITALCON 2011

É stato ufficializzato! L’Associazione Culturale Sesto Continente parteciperà alla ITALCON 2011 che si terrà a Milano dal 2 al 5 Giugno compresi! Per ora possiamo dirvi che porteremo i più interessanti giochi di ruolo di ambientazione fantasy, horror e ovviamente fantascientifica.

Terremo anche una conferenza riguardante il gioco di ruolo, le relazioni che questo ha con le tematiche della convention e sul gioco di ruolo come strumento di creazione di storie.

Per ora è tutto ma a presto pubblicheremo il programma dettagliato con le date!

Vi aspettiamo! :-D

Sesto Continente presenta il Laboratorio Creativo

L’associazione culturale Sesto Continente, seguendo i suoi principî di diffusione della cultura, è felice di ospitare il Laboratorio Creativo di Giuseppe de Micheli! Riportando le parole di Giuseppe, “il corso si propone di individuare le leggi e le strutture profonde della narrazione, quelle non direttamente visibili al lettore, ma costituenti l’ossatura che regge l’impianto narrativo

Giuseppe de Micheli è un autore milanese, appartenente al rinomato Circolo Pickwick della Comuna Baires che ha all’attivo due libri, numerosissimi racconti e pubblicazioni e un romanzo in cantiere.

Le lezioni si possono tenere anche in videoconferenza, utilizzando un software free come ooVoo che a differenza di altri software permette videoconferenze con più di due partecipanti.

Il forum è raggiungibile da QUI!

ATTENZIONE! Le iscrizioni al forum del Laboratorio Creativo NON SONO collegate a quelle di Sesto Continente!!

David Bowie – Space Oddity

Space Oddity, la copertina del 45 giri

Space Oddity è probabilmente il singolo più famoso di David Bowie: uscì in Inghilterra l’11 Luglio 1969 mentre in Italia arrivò a Settembre dello stesso anno. La canzone racconta della triste fine del maggiore Tom, destinato a perdersi nello spazio insieme alla sua capsula. Il maggiore Tom è un personaggio che ritornerà in un altra canzone di Bowie in toni non esattamente elegiaci (“we know major Tom’s a junkie“).

Attorno a questa canzone si sono raccolte un discreto numero di voci e dicerie: “Riguarda l’alienazione“, disse una volta Bowie, aggiungendo di essere molto portato ad immedesimarsi col protagonista. Nel luglio 2002, in un’intervista con Paul Du Noyer della rivista Mojo, Bowie è tornato sul significato del brano affermando che Space Oddity parla solamente “del sentirsi soli“.  Anche la fine della sua relazione con Hermione Farthingale fa parte della storia. La lite avvenuta durante la registrazione del video Love You Till Tuesday fu probabilmente “l’ultimo respiro” esalato dalla coppia e avvenne proprio il giorno prima che David incidesse la prima versione di Space Oddity. I malinconici versi “Planet Earth is blue, and there’s nothing I can do” e “I think my spaceship knows which way to go” contribuiscono a far vedere Space Oddity come una canzone di rinuncia, rassegnazione e accettazione di un destino preordinato.

C’è anche chi ha volto vedere un velato accenno agli effetti dell’eroina che Bowie ammise di usare ma perchè era attratto “semplicemente dal mistero e dall’enigma di provare un’esperienza nuova. Non mi è mai piaciuta per niente“.

Bowie ammise che la visione di “2001: A Space Odissey” fu di intensa ispirazione per il pezzo (il film di Kubrick uscì nel 1968) e in effetti la fine del maggiore Tom e quella di David Bowman hanno qualcosa che li accomuna.

Di seguito c’è il testo della canzone: buone cantate!

Ground control to major Tom

Ground control to major Tom

Take your protein pills and put your helmet on

(Ten) Ground control (Nine) to major Tom (Eight)

(Seven, six) Commencing countdown (Five), engines on (Four)

(Three, two) Check ignition (One) and may gods (Blastoff) love be with you

This is ground control to major Tom, you’ve really made the grade

And the papers want to know whose shirts you wear

Now it’s time to leave the capsule if you dare

This is major Tom to ground control, I’m stepping through the door

And I’m floating in a most peculiar way

And the stars look very different today

Here am I floatin’ ’round my tin can far above the world

Planet Earth is blue and there’s nothing I can do

Though I’m past one hundred thousand miles, I’m feeling very still

And I think my spaceship knows which way to go

Tell my wife I love her very much, she knows

Ground control to major Tom, your circuits dead, there’s something wrong

Can you hear me, major Tom?

Can you hear me, major Tom?

Can you hear me, major Tom?

Can you…

Here am I sitting in my tin can far above the Moon

Planet Earth is blue and there’s nothing I can do

Europe – The Final Countdown

The Final Countdown, la copertina

Questo 45 giri (chi di voi si ricorda cosa è un 45 giri?) uscì nel Febbraio 1986 e contiene probabilmente il più noto riff di tastiera della musica pop rock. Il testo è di ispirazione chiaramente fantascientifica in quanto narra della migrazione in massa della razza umana verso Venere dove si suppone ci sia una razza autoctona pronta ad accogliere i profughi. Non si sa per quale motivazione gli uomini stiano fuggendo dalla Terra: come in alcuni film di Fantascienza degli anni ’50 la causa non è importante: è l’effetto quello che conta.

Certo, si potrebbe discutere sul fatto che ci siano “molti anni luce da percorrere” tra la Terra e Venere; probabilmente Joey Tempest non è un attento lettore ma d’altro canto nessuno ha battuto ciglio sulle immense castronerie della saga di Star Wars (“È la nave che ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici parsec” ignorando totalmente che un parsec è una unità di lunghezza astronomica e non di velocità) quindi c’è da dubitare che qualcuno possa prendersela per questa minuscola imprecisione.

Di seguito c’è il testo originale: buona cantata!

We’re leaving together but still it’s farewell

and maybe we’ll come back,to earth, who can tell?

I guess there is no one to blame

we’re leaving ground (leaving ground)

will things ever be the same again?

It’s the final countdown.

The final countdown.

Oh, We’re heading for Venus and still we stand tall

cause maybe they’ve seen us and welcome us all, yeah

with so many light years to go

and things to be found (to be found)

I’m sure that we’ll all miss her so

It’s the final countdown.

Oh, it’s the final countdown

we’re leaving together

The final countdown

we’ll all miss her so

It’s the final countdown (final countdown)

Oh, it’s the final countdown

Alien – Ascensore per l’inferno #2

I cinque prospettori della Weyland-Yutani sono appena arrivati in orbita intorno ad Acheron e già hanno incontrato qualcosa che non avrebbe dovuto essere li: una astronave quantomeno bizzarra che porta sulla fiancata una scritta inquietante che a qualcuno ha smosso ricordi poco piacevoli.

Venerdì 1 Ottobre dalle ore 20,30 continua il viaggio.

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Alien – Ascensore per l’inferno

Prima sessione dell’avventura ambientata nell’universo infestato dai temibili alieni biomeccanici!

È proprio tutto finito su LV-426?

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Shadowrun 4th Edition

Titolo: Shadowrun 4th Edition

Pubblicato: 2005

Editore: Fantasy Productions

Ambientazione: Shadowrun affonda le proprie radici nel genere cyberpunk più classico: la tecnologia è in costante evoluzione sviluppando sempre nuove generazioni di strumenti per usufruire della rete informatica, nota come Matrice, di impianti cybernetici e biogenetici e di prodotti che vanno dalle armi ai veicoli alle droghe a qualsiasi altro oggetto diffuso sul mercato.

Ma a questo si devono aggiungere degli elementi fortemente fantasy come i ritorno della magia e il “risveglio” di razze non umane, dette meta-umane nel gioco, quali elfi, nani, orchi, troll e altre ancora.

Magia e tecnologia si fondono in un tutto non privo di contrasti sullo sfondo di un affresco apocalittico di tensioni politiche, economiche, razziali, religiose e filosofiche.

Le culture del mondo sono in fermento a causa dei miti e delle leggende tornati alla vita, mentre le religioni sono di nuovo l’ ultima moda in un mondo dove “Dio” risponde per davvero a chi ha una fede vera e sincera.

Santoni, sciamani e invasati vari praticano riti oscuri mentre i druidi della tradizione nordica combattono per la difesa di Madre Gaia e in Africa gli stregoni tribali preparano grandi danze degli spiriti per risollevare le sorti della loro terra, così come i nativi americani hanno già fatto anni prima.

Sullo sfondo di questi stravolgimenti, la politica e l’ economia del mondo si evolvono secondo le prospettive già immaginate di William Gibson: le multinazionali crescono fino a diventare mega-corporazioni con diritti e privilegi non dissimili da quelli delle odierne ambasciate, e sono soggette solo ai decreti dalla Corte Corporativa, un’assemblea delle dieci principali corporazioni mondiali, e dettano legge in tutto il mondo sulla base del diritto al profitto (quasi una religione per alcuni).

Il posto dei personaggi, detti Shadowrunners, si trova nel cuore ribollente di questi mutamenti, pedine più o meno consapevoli di grandi eventi o semplici passanti che cercano di sopravvivere nel fuoco incrociato dei contendenti.

Sistema: Dal punto di vista del sistema di gioco, le meccaniche sono piuttosto semplici: ogni personaggio è definito da alcune caratteristiche fisiche e mentali a cui sia associano varie abilità, espresse in numeri da 1 a 6, per risolvere le azioni si sommano i valori della caratteristica e della abilità (se disponibile) pertinente all’ azione e si lancia un numero equivalente di dadi a sei facce, il numero di dadi con risultato maggiore o uguale a 5 determina il successo o insuccesso dell’ azione.

A seconda delle particolari situazioni possono esserci delle variazioni sulla regola base, ma in buona sostanza si riduce tutto a questo.

Il sistema adottato in questo gioco abbandona la classica concezione delle classi strutturate su livelli comune a molti altri in favore di un approccio orientato alle abilità: mano a mano che il personaggio guadagna esperienza può incrementare le caratteristiche, migliorare le abilità o acquisire nuove competenze.

Commento: La stratificazione dell’ ambientazione attraverso le quattro edizioni fornisce al gioco una buona profondità e un invidiabile livello di dettaglio, il sistema di gioco è estremamente intuitivo e facile da imparare.

Il limite dell’ approccio orientato alle abilità si rivela in fase di creazione del personaggio, in cui niente è affidato al caso e un giocatore meno esperto può trovarsi in difficoltà a scegliere tra le varie opzioni disponibili.

Predators

Predators - La locandina

Genere: Fantascienza
Nazione: USA
Anno produzione: 2010
Durata: 107′
Regia: Nimród Antal
Cast: Adrien Brody, Topher Grace, Alice Braga, Walton Goggins, Oleg Taktarov, Laurence Fishburne, Danny Trejo, Louis Ozawa Changchien, Mahershalalhashbaz Ali, Carey Jones, Brian Steele, Derek Mears.
Produzione: Twentieth Century Fox Film Corporation
Distribuzione: Twentieth Century Fox Film Corporation

Spesso e volentieri si dice che i sequel siano decisamente meno interessanti dei “primi capitoli” e in effetti, Predator 2 non era all’altezza di Predator. i due Alien versus Predator poi erano dei pastocconi abborracciati tratti dall’ omonimo fumetto edito Dark Horse Comic con qualche idea simpatica all’interno e il cameo di Lance Henriksen che interpreta il co-fondatore della famigerata Weiland-Yutani.

Questo film, però, si distingue dagli altri per una totale mancanza di nuove idee e per una trama talmente banale e ovvia che quasi non ci si crede. I “predatori” del pianeta terra vengono portati su un pianeta extrasolare e usati come prede, in una sorta di contrappasso dantesco. I giochi sono già fatti dopo i primi cinque minuti: si sa già chi soccomberà e chi sopravviverà e la trama non offre niente se non un susseguirsi di noiosissime scene che vorrebbero essere adrenaliniche ma che in realtà sono talmente scontate che il film poteva ridursi ad un cortometraggio di 5 minuti.

Nessun colpo di scena, nessuna sconvolgente rivelazione su una delle razze aliene più feroci concepite. Niente.

Le uniche cose che abbondano sono le le incongruenze: che fine hanno fatto i Predator che attaccavano soltanto le vittime armate? Come ha fatto il valoroso Royce (Adrien Brody) a far decollare la nave aliena tutto da solo? Che razza di pianeta è quello sul quale vengono precipitati i nostri eroi, coooosì smile alla Terra?

Queste sono solo alcune ma il film è pieno di questo genere di “sviste” (chiamiamole così per non offendere nessuno) che, insieme ad una fotografia decisamente banale, una regia piatta e per niente coinvolgente e degli effetti speciali che sarebbero stati insufficenti già vent’anni fa rendono Predators un film che non merita il costo del biglietto e forse neanche il costo dell’affitto del DVD.

Atom, Il mostro della Galassia da ancora dei punto a questo fiasco di film.

Solaris

Solaris - Il poster

Genere: Fantascienza
Nazione: URSS
Anno produzione: 1971
Durata: 165′
Regia: Andrei Tarkovskij
Cast: Natalya Bondarchiuk, Donatas Banionis, Yuri Charvet, Jüri Järvet, Vladislav Dvorzhetsky, Nikolaj Grinko, Anatoli Solonitsyn, Sos Sarkisyan, Olga Barnet, Vitalik Kerdimun, Olga Kizilova, Aleksandr Misharin, Bagrat Oganesyan, Tamara Ogorodnikova, Yulian Semyonov, Valentina Sumenova, Georgi Tejkh, Sos Sarkisian
Produzione: N.P.
Distribuzione: N.P.

“La risposta russa a 2001 Odissea nello spazio”: è questo lo slogan, ingiusto e fuorviante, con cui la versione italiana di “Solaris” veniva presenta al grande pubblico.
Il grande maestro russo

ci regala un’opera dall’altissimo valore allegorico, in cui l’elemento fantascientifico è davvero marginale rispetto alla profonda indagine introspettiva che coinvolge in prima battuta il protagonista e in seguito il pubblico: più che di Fantascienza, Tarkovskij parlerebbe di fantacoscienza.

All’origine della sceneggiatura del film di Tarkovskij vi è l’omonimo romanzo dello scrittore polacco Stanislaw Lem, pubblicato alla fine degli anni sessanta con evidenti fini politici, anche se sotto forma di metafora.
Il tema centrale di Solaris è il problema etico e morale della conoscenza umana e dei limiti che l’uomo deve darle, che Tarkovskij incentra sull’incontro dell’uomo con l’ignoto, con una conoscenza del tutto estranea alle regole terrene, mettendo in evidenza come l’assoluta impreparazione psicologica porti l’uomo a demolire tutte le sue certezze e lo obblighi ad una profonda indagine introspettiva, le cui conseguenze potrebbero anche essere estreme.
Quale posto migliore per indagare il proprio Io, se non una sperduta stazione orbitante, lontana dalle regole terrestri, dove gli uomini sono obbligati a scoprire se stessi?

Per Tarkovskij l’uomo vive sotto un’Autorità che si prende cura di lui, lo avvisa dei pericoli che corre e ad Essa l’uomo deve rendere conto.
Per Kris, il protagonista, l’unico modo per ottenere la redenzione dalla sue colpe è ottenere il perdono del padre (l’Autorità) che lo aveva dissuaso dai suoi intenti. Tra le braccia dell’anziano genitore riconosce di aver sbagliato e supplica il perdono.

Insomma, è improponibile qualsiasi accostamento di “Solaris” a “2001: Odissea nello spazio”, opera con cui Kubrick ci infonde una smisurata fiducia nell’esperienza cosmica dell’uomo; il monolito di 2001 eleva l’uomo primitivo fino alla conquista dello spazio, fino a farlo rinascere come “feto astrale” con un’infinità di mondi in cui potrà continuare la sua esistenza.

Per Tarkovskij invece l’uomo è un essere imperfetto, deve essere consapevole del suo stato e non pensare che tutto possa essere esplorato e conosciuto. Solo quando l’uomo prende coscienza dei propri limiti può pensare di superarli.

Piuttosto che alla conoscenza scientifica a tutti i costi, fatta di certezze incontrovertibili e del rifiuto dell’ignoto, Tarkovskij preferisce la conoscenza irrazionale data all’uomo dall’ arte, da sempre strumento principe della conoscenza umana.

“La scoperta artistica si presenta come una rivelazione, come un desiderio appassionato e improvviso di afferrare intuitivamente tutte in una volta le leggi del mondo – la sua bellezza e il suo orrore, la sua umanità e la sua ferocia, la sua infinità e la sua limitatezza. L’artista le esprime creando l’immagine artistica che è uno strumento sui generis per cogliere l’assoluto. Per mezzo dell’immagine si mantiene la percezione dell’infinito dove esso viene espresso attraverso le limitazioni: lo spirituale attraverso il materiale, lo

Una scena del film

sconfinato grazie ai confini”. (A.Tarkovskij)

Durante tutta la pellicola si nota come Tarkovskij citi opere del pittore concettualmente a lui più affini, Pieter Bruegel, con alcune delle sue opere più significative che si rinnovano a distanza di secoli in alcune scene allegoriche di “Solaris”; tra le più efficaci abbiamo: La torre di Babele, Il paesaggio con la caduta di Icaro, Il trionfo della morte, Cacciatori nella neve, opere che rivivono in “Solaris” senza perdere la forza evocativa del loro originale su tela.

Particolarmente emblematica è proprio l’ultima opera citata, i Cacciatori nella neve, resa da Tarkovskij nella scena in cui il bambino accende un fuoco nella neve nel filmato che Kris mostra a Khari; Bruegel rappresenta un gruppo di cacciatori che si aggirano alla ricerca della selvaggina in un paesaggio completamente innevato; nella sua scena, Tarkovskij sembra piuttosto alludere alla ricerca spirituale… in cui la ragione (il fuoco che il bimbo cerca di accendere in mezzo alla neve) a stento riesce a innescarsi nel ghiaccio dell’irrazionale.

Insomma, “Solaris” potrebbe essere un quadro, un’opera lirica, una poesia, un saggio di filosofia ma più semplicemente è una pellicola complessa, ricca di spunti di riflessione che mostra per l’ennesima volta tutta la poesia e la maestria del grande regista russo.

Kyashan – La rinascita

Kyashan La Rinascita

Genere: Fantascienza
Nazione: Italia
Anno produzione: 2004
Durata: 141′
Regia: Kazuaki Kiriya
Cast: Yusuke Iseya, Kumiko Aso, Akira Terao, Kanako Higuchi, Fumiyo Kohinata, Hiroyuki Miyasako
Produzione: Casshern Film Partners, Tatsunoko Productions Co. Ltd., Shochiku Co. Ltd
Distribuzione: Time Code

Fine 21esimo secolo. Dopo 50 anni di una devastante guerra tra l’Europa e la Federazione dell’Est, si costituisce la nuova federazione chiamata Eurasia. I risultati di questa continua guerra non sono dei migliori, tanto che l’intera generazione umana potrebbe risentirne con l’estinzione. Il professore di genetica Azuma, a tale proposito propone delle ricerche su un nuovo tipo di cellula che potrebbe risollevare le sorti del pianeta morente.

Kyashan si lancia frettolosamente nel padiglione delle opera d’arte e confondendosi tra un passaggio e l’altro, pecca di superbia perché fondamentalmente Kazuaki Kiriya, per assecondare la sua idea di evoluzione, ha rivoluzionato quella che era l’opera iniziale, il personaggio che ha dato il titolo al progetto. Kyashan non è più l’eroe che i nostalgici si sarebbero aspettati, nè sono rimaste le stessi le motivazioni e le cause che lo spingono a combattere. Cosi facendo si è perso quel feeling originario che legava lo spettatore al nome. Kazuaki Kiriya difatti figura come l’artefice di un ridimensionamenti totalitario che tocca pressapoco tutti i campi della produzione: regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio. Un cambiamento studiato nei minimi particolari che ha permesso al regista di sviluppare un film ermetico, oscuro, che difficilmente si adatterà in un primo momento, ai palati nostrani.

L’effetto visivo è uno dei pochi elementi meritevoli di complimenti, tra fantascienza ludica ed espressionismo tedesco, nei filmati in bianco e nero, con una costante allusione alla svastica fascista come simbolo del nemico, imprime allo spettatore un concreto senso di modernismo.

La morale impressa nella pellicola è di tutto rispetto, così come la poesia figurata, un tripudio di effetti digitali unita a un fine occhio fotografico. In centoquarantuno minuti di filosofia moralista, il regista si interroga sulla posizione (bio)etica del bene e del male. Il circolo vizioso che dall’odio scaturisce altro odio, la manchevolezza dell’eroe giacché vengono messe in dubbio le relative posizioni di ciò che giusto o sbagliato.

Il casco originale di Kyashan si intravede giusto ad inizio film. Non viene mai indossato dal protagonista ma è un chiaro preludio simbolista all’avvenuto cambiamento oltre che alla già citata manchevolezza dell’eroe invincibile. Non è il Kyashan che siamo abituati a vedere, è radicalmente cambiato in qualcosa di moralmente caotico. Ma nonostante gli spunti non manchino e visivamente risulti evocativo e toccante, non c’è sensibilità o piacevolezza che tenga di fronte a buchi di sceneggiatura e ripetizioni.

In poco tempo lentezza fa rima con noia e l’autodistruzione è presto servita. Un ibrido che inizialmente stuzzica l’interesse con una delle migliori scene d’azione mai sviluppate, sia per regia che realizzazione. Somatizza il colpo trapanando logorroicamente concetti in maniera banale, e si perde nella sua stessa filosofia dei lunghi silenzi ed i interminabili primi piani.Una scena del film

Le immagini sono sorrette da una signora colonna sonora, composta dal maestro Shiro Sagisu, mentre Hikaru Utada, moglie del regista, ha scritto il tema principale. È senza dubbio un raro caso di capolavoro audiovisivo.  Il doppiaggio nel complesso consolida quell’aurea sentimentale conferendo alle voci, intonazioni alquanto pacate e dolciastre. Azione e sentimentalismo insieme unite ad un nome che ricorda tutto e allo stesso tempo niente, conferma quanto sia difficile giocare con i mostri sacri appartenenti alla cultura popolare.

Chi adorava l’omonima serie animata, rimarrà profondamente deluso per l’assenza di un qualsiasi legame col passato, mentre chi si affaccia per la prima volta al mondo Cyberpunk di Kyashan, rimarrà spaesato da una storia che balbetta filosofia zen in maniera troppo asettica e impersonale per lo spettatore europeo. Cosa fare dunque se non assecondare il proprio istinto? Esso alle volte sceglie basandosi su critiche più sensate della ragione stessa.

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